Vittore Baroni – Intervista di Matteo Uggeri

«Io sono un “networker” dal profondo dell’anima»
(Vittore Baroni)

Nel – per me – non lontano 1992, ma mentre lo digito mi rendo conto che son passati vent’anni, la mia vita musicale ha subito una svolta radicale grazie ad un articolo apparso sulla rivista Rumore, intitolato “Musica industriale…”. La firma principale era di un certo Vittore Baroni: per me che ascoltavo new wave, Metallica, grunge e Nine Inch Nails si trattava di un nome sconosciuto, e così anche i gruppi di cui parlava in tale articolo. In quelle quattro pagine però venivano descritte ‘cose’ che erano oltre il limite dell’ascoltabilità. Io credevo di essere un duro perché pogavo a gomiti alti ascoltando “Nevermind”, o pensavo di conoscere lo spleen esistenziale grazie ai Dead Can Dance, invece scoprivo che i questi Throbbing Gristle avevano fatto un brano che veniva descritto come un rantolo psicotico di 20 minuti. E lo volevo sentire.


Ai tempi, per ascoltare un brano che non venisse passato per radio o in TV bisognava comprarlo, e così feci, riempiendomi la casa di porcherie sonore di ogni sorta, ringraziando santo Vittore ogni giorno di più. Nel corso degli anni ho poi scoperto che Baroni non era solo un giornalista, ma anche un musicista, sebbene per certi aspetti ancor più sui generis delle personcine che recensiva, e un artista visivo, nonché organizzatore di mostre, eventi, progetti ai limiti dell’impossibile. Più di tutto, come afferma anche lui in questa stessa intervista, Vittore è «un networker dal profondo dell’anima», tanto è vero che ha spessissimo lavorato proprio con gli artisti di cui recensiva i lavori, inclusi ad esempio lo stesso Genesis P. Orrige dei TG o Nigel Ayers dei Nocturnal Emissions. Quindi, in questi tempi di gran social network, mi è sembrato doveroso fargli qualche domanda, anche perché è soprattutto in quei luoghi virtuali che la sua penna, ormai lontana dalla carta stampata, continua a far danni, ripescando gemme dal passato o proponendo nuovi bislacchi progetti futuri.

L’anno scorso hai scritto la tua ultima recensione per Rumore, dopo anni di onorata carriera, ed hai dato annuncio al mondo di questa decisione con una seria e imprevista mail a molti tuoi contatti ed amici. Poi è apparso su Blow Up un tuo articolo con una sorta di disco della vita, la cui chiusura si trasformava, parola dopo parola, in un guazzabuglio di frasi e versacci il cui tono era un misto di malinconia, dispiacere e forse rabbia. Vuoi spiegare di nuovo, ad un audience diversa, le ragioni ed il significato di questa presa di distanza dal mondo della scrittura sulla musica [non mi piace parlare di critica]? Oppure, in parole crude, perché tutta questa amarezza?


Beh, malinconia forse ma amarezza direi proprio di no, forse hai travisato un po’ il messaggio diffuso in forma privata in cui annunciavo un periodo di sosta nella collaborazione con riviste musicali. Ero da tempo che volevo prendermi una vacanza dalle scadenze mensili e ho solo approfittato, per voltare pagina, del cambio di proprietà di Rumore, una rivista che ho collaborato a fondare assieme a Claudio Sorge ed Alberto Campo e su cui ho lasciato un pezzettino di cuore. Il distacco è avvenuto in tutta amicizia, senza alcun motivo di rancore. Semplicemente, dopo oltre trent’anni di “militanza” continuativa (da Rockerilla a Rumore, da Velvet a Bassa Fedeltà, passando per un’infinità di fanzine e perfino la britannica Underground) sentivo il bisogno di uno stacco, per dedicare più tempo ad altri progetti artistici e musicali (Le Forbici di Manitù, l’archivio di mail art, la poesia visiva, la rivista BAU, ecc.). In realtà, in questi ultimi dodici mesi non ho mai smesso di scrivere, ho solo spostato l’attenzione verso cataloghi, pubblicazioni d’arte e simili. Ciò non significa che abbia smesso di seguire il panorama musicale, tra l’altro spesso segnalo sulla mia pagina facebook ascolti vecchi e nuovi, con simil-recensioni in cui mi concedo tutte le libertà del caso. Del resto, nonostante i miei sforzi per scoraggiare l’invio di “promozionali” (non amo far sprecare soldi!), continuo a ricevere un sacco di materiali… L’articolo sui Throbbing Gristle per Blow Up era stato programmato come partecipazione “una tantum” alla serie RPM già parecchi mesi prima che decidessi di terminare la collaborazione con Rumore. La conclusione un po’ “sperimentale” del pezzo non era rabbiosa, voleva essere piuttosto un’affabulazione alla Lester Bangs, un tentativo di entrare in empatia col lettore. Mi sono divertito a provare a scrivere un pezzo di parecchie pagine su un unico singolo a 45 giri (mentre tutti coloro che mi hanno preceduto hanno scritto di un album).
Ad ogni modo, a 58 anni suonati (anche se non me li sento) e con tutte le problematiche inerenti il panorama musicale contemporaneo in rapida trasformazione (vendita delle riviste cartacee a picco, retribuzioni al lumicino, scomparsa dei supporti sonori fisici, saturazione totale del mercato, ecc.), non trovo più molto soddisfacente o allettante la routine delle decine di recensioni e interviste mensili. Penso che la critica musicale, la stampa musicale (cartacea e digitale) debba subire anch’essa una radicale trasformazione per mantenersi utile e rilevante. Non ho delle soluzioni in tasca, ma per istinto credo che quando mi rimetterò a scrivere su riviste di musica – e il momento potrebbe non essere molto lontano – lo farò con articoli ancora più anomali, trasversali e approfonditi di quello su “United” dei TG. Ho già varie idee al proposito, devo solo riuscire a trovare il tempo di metterle nero su bianco.

Non oso chiederti rispetto alle nuove idee che hai in mente perché immagino siano ‘segrete’, però mi intriga l’accenno che fai alla tua attività su Facebook. Parli di «simil-recensioni in cui mi concedo tutte le libertà del caso». Fa un certo effetto pensare a un pioniere della mail art che ora si dedica (anche) ai social network con tale lena… so che è una domanda un po’ folle e forse provocatoria, ma come vedi o vivi questo passaggio dalla mail art al posting online, se così si può chiamare? Vedi dei paralleli, una forma di continuità, un’evoluzione, un degrado, sono due cose talmente diverse e lontane che non val la pena di far confronti…?

Quando persone che mi conoscono bene scoprono che non solo sono su Facebook ma che lì ho pure migliaia di “amici” e una presenza assidua con post di ogni genere, di solito mi guardano un po’ di traverso, come se FB fosse un’attività per subumani e debosciati: “pure tu, che ritenevo così intelligente…”. Io non ci trovo nulla di strano, nel senso che i “social network” sono una delle possibilità offerte dalla tecnologia del nostro tempo per “fare rete”, un’attività che coltivo da quando a tredici anni ho iniziato a inviare lettere in giro per il mondo con dentro qualche soldino (allora, era per procurarmi riviste alternative del tipo di Pianeta Fresco, Fallo, Re Nudo, It, Oz, ecc.). Poi, intorno al ’77 – non a caso, a ridosso dell’arrivo in Italia di punk e New Wave – per me è giunta la scoperta della mail art, con una rapida escalation di contatti planetari, prima decine, poi centinaia, quindi letteralmente migliaia (quando ancora internet era di là da venire). È seguito nei primi Ottanta lo scambio di innumerevoli audiocassette nel cosiddetto tape network (quelle da me prodotte con TRAX, Area Condizionata, Lt. Murnau, Arte Postale!, Kibbo Kift, ecc.), e poi si sono intersecati vari altri circuiti e sub-network (quello del T.O.P.Y, il Neoismo, la Church of the SubGenius, Luther Blissett, F.U.N., BAU, ecc.). È il mio modo di essere “operatore culturale” suppongo, se mi definiscono poeta o artista un po’ mi schermisco e un po’ mi viene da ridere, io sono un “networker” dal profondo dell’anima: mi piace fare squadra e muovermi in team (come è accaduto con Ciani, Giacon, Lerici, ecc.), condividere un lavoro, dar vita a progetti a cento-mille teste. Anche i miei elaborati “artistici” (collage, installazioni, sticker art, street art o altro) tendono ad essere interattivi e a dissolvere la dualità autore-pubblico, è un’arte sociale e della partecipazione. È anche un’attività che viene “dal basso”, connaturata alla storia delle contro-culture marginali, della musica popolare e del rock.


Quindi, per rispondere alla tua domanda, vivo il networking digitale come un proseguimento (con caratteristiche diverse) di quello postale-cartaceo, e difatti molti mailartisti hanno trasferito online il loro archivio e attivismo, ma una cosa non esclude assolutamente l’altra. In genere, anzi, gli attuali progetti di arte postale cercano di coniugare i due mondi, usando la posta elettronica per diffondere gli inviti e i siti e blog per offrire documentazioni in tempo reale, ma sussiste ancora anche l’invio per posta di lavori originali “fisici” da esporre in mostra e, in molti casi, la stampa di cataloghi e riviste cartacee distribuite ai vari partecipanti. È un po’ quanto accade anche in ambito musicale, le webzine e gli archivi digitali non hanno (ancora, perlomeno) soppiantato del tutto le riviste e i libri cartacei a tema musicale.
Poi, potremmo dibattere per giorni chiedendoci se si tratti di una vera evoluzione o di una “devoluzione”, ma per certo i social network sono un aspetto del nostro tempo che non può essere ignorato e comunque un mezzo di comunicazione non è “buono” o “cattivo” di per se, tutto dipende dall’uso che se ne riesce a fare. Detto questo, concordo che Facebook può rivelarsi una grossa perdita di tempo, ma appunto si tratta di trovare modalità di impiego innovative e devianti (o ancor meglio, avendone il know how e le possibilità, di dar vita a social network strutturati in modo più virtuoso). Nello specifico, mentre FB è solitamente uno scambio occasionale di chiacchiere e opinioni, una centrifuga di segnalazioni, io cerco di farne un uso “creativo” con serie di post a tema che funzionano un po’ come “saggi interattivi”, oppure mi può capitare di inserire sequenze di post molto criptici, usando meta-linguaggi più o meno decifrabili, per studiare le reazioni dei miei contatti, o ancora recensioni musicali in chiave poetica/immaginifica, immagini “rischiose” per vedere fino a che punto è possibile eludere la censura di FB… Lo trovo un affascinante terreno per condurre “test” di vario genere, oltre che per informare e promuovere il proprio lavoro. Il prossimo progetto sonoro “collettivo” ideato dalle Forbici di Manitù, per fare un esempio, ha avuto un forte input creativo da contatti raccolti via Facebook.

Interessante quanto dici sul networking digitale come un proseguimento (con caratteristiche diverse) di quello postale-cartaceo… è un punto di vista abbastanza inusuale se penso ad altre persone con cui sono in contatto che fanno arte da molti anni. Però mi pare che da parte tua ci sia ancora un interesse molto forte per la fisicità degli artefatti artistici. Se penso appunto alle Forbici di Manitù direi che il lato del packaging e delle meta informazioni siano importanti quanto la musica… Addirittura in “L’Isola” c’è proprio una storia raccontata per immagini, parole e suoni. Cosa ne pensi invece allora di chi ‘scavalla’ nell’altro senso, ossia delle tante etichette (ad es. Fluid Audio…) che oggi stampano lavori in tirature limitatissime e molto ricercate e preziose (costose anche)? Tu che ‘ne hai viste tante’ trovi che siano spesso delle forzature per conquistare i gonzi feticisti, oppure un’evoluzione dell’idea di fare musica, di mettere sul mercato un supporto discografico?


Le edizioni limitate e preziose esistono dagli albori della musica registrata e quindi non rappresentano assolutamente una novità, casomai oggi assistiamo ad un ritorno di fiamma utile a focalizzare l’interesse di quella fascia di pubblico ormai minoritaria ancora interessata al supporto fisico (che come tale non ha soltanto una dimensione feticistica, oggettivamente è una “esperienza culturale” piuttosto diversa fruire un vinile o maneggiare una copertina artisticamente elaborata, rispetto a semplici download). Poi esistono operazioni in tiratura limitata palesemente commerciali (vedi il proliferare di box e versioni de-luxe anche da parte di major discografiche) ed altre invece del tutto organiche e funzionali al prodotto presentato. Con quanto realizzato dalle Forbici di Manitù, speriamo di fare parte di questa seconda categoria. Il nostro album “L’Isola”, ad esempio, era pensato come un ibrido di letteratura e musica, l’intenzione originale era di pubblicare il racconto horror di Alda Teodorani in veste di grande libro cartonato, una sorta di “favola noir” per adulti con disco allegato. Poi, per motivi economici, abbiamo dovuto ripiegare su un libretto illustrato formato cd, conservando comunque la possibilità di una comoda lettura da abbinare all’ascolto dell’album. Ho più volte considerato, assieme a Manitù Rossi, la possibilità di dar forma ad un progetto delle Forbici privo di supporto fisico, studiato espressamente per la condivisione online o per una diffusione digitale di tipo virale, ma fino ad ora ha prevalso il desiderio di dare concretezza materica ai nostri album che, tra l’altro, richiedono sempre svariati anni di lavoro. Forse ciò è dovuto ad un fattore anagrafico, sia io che Manitù siamo da troppo tempo consumatori voraci e onnivori di produzioni musicali (e dunque, inevitabilmente, collezionisti di supporti fisici). Non mi pare di aver “completato” un progetto se non mi rigiro tra le mani una copia fresca di stampa…

In relazione ai discorsi sopra, parlami un po’ del libro disco delle FdM appena uscito. Personalmente l’ho apprezzato moltissimo, ma che riscontri hai avuto in proposito? C’e chi l’ha trovato davvero troppo auto celebrativo? Rispetto agli esempi sopra (Fluid Audio etc…) mi pare che voi cerchiate di salvarvi dietro una massiccia dose di ironia…
Fin dal titolo, parafrasato dall’autobiografia di Enrico Baj, “AutoMitoAntologia” è spudoratamente (ed ironicamente, certo) auto-celebrativo. Volevamo toglierci lo sfizio di un “vanity disc” per festeggiare trent’anni di esistenza delle Forbici di Manitù: visto che nessun blog o rivista specializzata ha mai realizzato un articolo retrospettivo degno di questo nome sul nostro gruppo, ci siamo detti, perché non scrivercelo da soli? Ecco quindi un cd di rarità e sfiziosi “ritagli” sonori inediti abbinato alla storia del gruppo in un libro di 72 pagine ovviamente “sovradimensionato” rispetto alla media corrente, con interventi di ospiti (Walter Rovere, Alessandro Achilli) e una messe di informazioni dettagliate su ogni singolo brano e progetto delle Forbici, il tutto stampato in 500 copie in lussuoso cofanetto sagomato. Si è trattato in buona misura di una provocazione, di un gioco all’eccesso, e ci attendevamo in effetti critiche di narcisismo e autoincensamento (ma finora non è accaduto nulla del genere: incutiamo troppo rispetto? a nessuno importa un fico secco? ). Leggendo tra le righe, questa nostra sudata autoproduzione (conto in tipografia a quattro cifre!) che si appoggia all’etichetta Sussidiaria dell’amico Daniele Carretti, vuol andare intenzionalmente controcorrente. Oggi i gruppi di nicchia sul tipo del nostro stampano mediamente edizioni di 50-100 copie spesso in cd-r (più download), poi magari producono quattro o cinque dischi l’anno inflazionando un panorama già iper-saturo. Noi preferiamo lavorare cinque anni su un unico progetto e poi presentarlo al meglio delle nostre capacità, in una tiratura e confezione grafica che possano durare nel tempo, venduta tra l’altro quasi a prezzo di costo. Dato che nel nostro ambito non ci si può certo arricchire pubblicando cd (le vendite sono ormai ridotte ai minimi termini), perlomeno ci vogliamo togliere la soddisfazione di realizzare i nostri progetti esattamente come li immaginiamo, incuranti di recensioni, vendite e giudizi del prossimo. In un mondo che va a catafascio, è bello credere fortemente in qualcosa e impegnare ogni risorsa creativa ed economica per materializzare un’idea.

Ah ah! «In un mondo che va a catafascio»: rispunta la traccia millenaristica di cui si parlava nell’incipit. Però gruppi come le FdM rappresentano una forma di ‘resistenza’ non solo culturale ma anche politica a questo scatafascismo [giuro su Dio che mi è uscito come un typo!], non credi?


Beh, sì, perlomeno nelle intenzioni, se pure le nostre sono raramente canzoni esplicitamente politiche (accade ad es. in Preti Pedofili, che però è uno strumentale con grugniti!), ci piacerebbe che passasse un messaggio di tipo – come si diceva un tempo – controculturale, un’attitudine percepibile se non altro dal modo in cui molte nostre produzioni si collegano a fenomeni di condivisione in rete (la mail art di Let’s Network Together) o anche di guerriglia mediatica (l’album di/su Luther Blissett). Certo, non ci facciamo illusioni, ma proviamo a portare il nostro piccolissimo contributo per buone cause. Il prossimo “Tinnitus Tales” sarà ad esempio un concept album inteso come una sorta di “Pubblicità Progresso” per mettere in guardia contro il pericolo di contrarre gli acufeni con ascolti ripetuti a volumi troppo elevati, un tema che pare essere quasi tabu (va a toccare molti interessi dell’industria dell’entertainment).

Passiamo a parlare più strettamente di musica: una cosa che mi colpisce abbastanza è che non ti sia mai venuta voglia di suonare uno strumento, anche solo in modo molto ‘bruto’, naif, e in questo includo anche il computer o campionatori… come mai? So che in qualche pezzo compari anche più ‘musicalmente’, ma mai in modo costante. Per caso hai timore reverenziale verso qualcuno dei musicisti che più stimi?


In realtà non solo mi è venuta voglia, ma l’ho fatto un sacco di volte, da bambino avevo un upright piano in casa che ho praticamente distrutto e a tutt’oggi ho nel mio studio una tastiera elettrica su cui mi piace sfogarmi di tanto in tanto. Per i lavori di Lieutenant Murnau negli Ottanta e altri miei progetti personali (come la cassetta “Psicofonie” nel catalogo Trax) ho suonato un po’ di tutto, strumenti tradizionali e “devices”, seppur in modo molto naif ed espressionista. Nel LP “Trax 0982 Xtra” poi, ad esempio, ho suonato su un brano in stile Blixa Bargeld la chitarra di Willy Gibson del Great Complotto (che si è pure complimentato!), mentre i Nocturnal Emissions registravano synth e tubi di plastica roteanti nella sua fattoria-studio. Per quanto riguarda le Forbici, non metto mano a strumenti semplicemente perché abito un po’ troppo distante da Reggio Emilia e non sono quasi mai presente al momento delle registrazioni, altrimenti sono certo che un po’ di danni li avrei fatti. Mi è però capitato di assistere e collaborare a mixaggi o anche di comporre “in diretta” un riff o una frase melodica assieme a Manitù, le rare volte che ci incontriamo, ricordo inoltre che molti “suoni d’affezione” usati in “Trivelogue” li avevo registrati a casa mia assieme a lui. Nessun timore reverenziale, comunque, ma già scrivere i testi è per me sufficientemente appagante, quindi non faccio carte false per esserci anche in veste di rumorista o improvvisatore.

Sempre collegato al discorso di prima: nelle Forbici tu e Manitù siete una sorta di ‘mente e braccio’, pare che vi integriate molto bene. Non mi pare di aver mai letto nulla di come vi siete conosciuti e come avete fatto a continuare a lavorare assieme per così tanti anni.


Le Forbici sono essenzialmente una creatura di Manitù quindi è lui ad essere sia la mente che il braccio, io casomai sono un cervello aggiunto! Mi sono sempre trovato a mio agio nelle collaborazioni a due (Piermario Ciani, Massimo Giacon, Gianluca Lerici, ecc.) e quindi anche con Manitù tutto fila molto liscio, la suddivisione dei compiti avviene in modo molto spontaneo e naturale. Comunque ecco l’aneddoto su come ci siamo conosciuti. Negli Ottanta scrivevo per Rockerilla e la Rosa Luxemburg Corporation di Reggio Emilia (che ha edito su nastro le prime creazioni delle Forbici) era una delle tante etichette da cui ricevevo periodicamente lavori su cassetta da recensire. Mi incuriosì il fatto che le Forbici avessero dei legami con Novellara, un paese vicino a Reggio dove ho trascorso molto tempo nell’infanzia, ospite nella fattoria dei miei zii. Cercai di combinare un incontro con i responsabili dell’etichetta, ma non se ne fece nulla. Poi, per puro caso, grazie alla madre di Manitù che vide un pacchettino in partenza a me indirizzato, venne alla luce una stupefacente coincidenza: ero imparentato, seppure un po’ alla lontana, con Manitù Rossi! A quel punto, divenne d’obbligo il nostro incontro e ben presto entrai a far parte in pianta stabile del gruppo, soprattutto in veste di autore dei testi e procacciatore di “concetti” per nuovi lavori.

Anni fa sono stato a casa tua, ed ho potuto visitare ‘la torre dei dischi’, come mi verrebbe voglia di chiamarla, ossia la stanza dalle altissime pareti in cui conservi la tua collezione sconfinata. È vero che spesso perdi dei dischi e non sai più dove sono, al punto di doverli ricomprare? Come li organizzi, come sono catalogati? Ti è mai venuta la tentazione di sbarazzarti di tutto?


Beh, non esageriamo, la mia collezione non ha certo proporzioni johnpeeliane, però in effetti la sovrabbondanza di materiale, rispetto agli spazi disponibili sempre insufficienti, crea da tempo non pochi problemi di ordinamento e classificazione (e per un collezionista è oltremodo frustrante non poter tenere in ordine i propri materiali!). È vero, a volte faccio prima a scaricare un album che posseggo piuttosto che andarlo a cercare chissà dove per riascoltarlo… però ancora la voglia di gettare o vendere tutto non mi è venuta! L’intenzione è di avere i titoli, sia in vinile che in cd, ordinati alfabeticamente, suddivisi per generi e sottogeneri (classica, jazz, folk, rock, musica italiana, progressive, ambient, industrial, ecc.), ma in realtà per carenza di scaffali molti scatoloni di cd sono finiti impilati in soffitta e nei vari sottoscala, non viviamo in un mondo perfetto e debbo accontentarmi di avere solo un terzo o giù di lì dei miei materiali audio facilmente raggiungibili. Mi consolo contemplando a volte le sezioni dell’archivio a cui sono più affezionato (ovviamente in buon ordine), come l’angolo dei “dischi incredibilmente strani” o quello dedicato alla British Comedy (Goons, Peter Sellers, Spike Milligan, Bonzo Dog Band, Scaffold, Grimms, Liverpool Scene, Neil Innes, Monty Python, Rutles, ecc.).

 

Sempre in riferimento alla tua enorme collezione di dischi, so che eleggere il tuo preferito è cosa impossibile, ma quali sono quelli cui sei più affezionato? ricordi ancora il primo che hai comprato? E qual è stato l’ultimo (non valgono quelli ricevuti come promo per le recensioni!)?


Mah, se devo rispondere all’impronta, la mente corre istintivamente ai dischi che più ho amato e consumato, come “The Hangman’s Beautiful Daughter” della Incredible String Band, “Third Reich ‘n’ Roll” e “Eskimo” dei Residents, i primi due dei Devo, cose di quel tipo, ma in effetti è impossibile restringere la rosa a una manciata di nomi, restano comunque fuori un sacco di album ugualmente importanti (Velvet Underground, Dylan, Van Der Graaf Generator, Current 93, Sun Ra, Miles Davis, John Coltrane, ecc. ecc.). Più facile rispondere in merito al primo acquisto, perché lo ricordo molto bene. Il primo album che ho comprato coi miei soldi è stato “Abbey Road” dei Beatles, la settimana stessa che è uscito nei negozi (nel settembre 1969, avevo dunque tredici anni). In realtà, già da un paio di anni mi “nutrivo” dei dischi (Beatles, Stones, Beach Boys, Bowie, ecc.) presi in prestito da mia cugina, che essendo di qualche anno più anziana aveva scoperto queste cose prima di me. L’ultimo 12” acquistato, un paio di mesi fa, è “Lazaretto” di Jack White, un “ultra LP” da gustare assolutamente in “analogico” per tutte le peculiarità tecniche inserite nel vinile. Acquisto molto più di frequente cd, l’ultimo l’ho preso giusto ieri, “Carnival of Souls” dei Pere Ubu, forse mi ha attratto il titolo (lo stesso di un bel B-movie da culto), l’album è comunque gagliardo e non mi ha affatto deluso.

So che la musica e l’arte non sono la tua (unica) professione. Come sei riuscito negli anni a conciliare il tuo lavoro ‘altro’ con questo? E la famiglia? Tuo figlio è appassionato di musica almeno un decimo di quanto lo sei tu? Che dice tua moglie quando metti su un disco dei Whitehouse?
Fortunatamente, da qualche anno mi sono “ritirato” dalla mia attività di operatore turistico e quindi ho molto più tempo da dedicare ad arte e musica (ma se continua questa crisi, temo che dovrò rimettermi al pezzo!). Comunque, ricordo con affetto gli “anni eroici” in cui mettevo la sveglia alle quattro di mattina per scrivere qualche recensione per Rumore, prima di recarmi sul posto di lavoro. Ho sempre cercato di conciliare i miei interessi con le diverse necessità famigliari, quindi non ho mai neppure provato a suonare un disco noise alla presenza di mia moglie, che ha gusti diametralmente opposti (in compenso, l’ho parecchio assillata la sera con filmacci horror di serie B!). Mio figlio è un fan sfegatato dei Pink Floyd, di Kate Bush e Bjork (poteva andare molto peggio, no?), quindi almeno un briciolo di passione deve essere filtrata, anche lui però non gradisce assolutamente Whitehouse e simili. È comunque una casa molto “musicale”, a volte c’è “Wish You Were Here” che filtra dalla camera di Giovanni, mia moglie in salotto ad ascoltare classica o opera e io nello studio con gli ultimi cd di “rumoracci” arrivati nella posta. Il gatto ha ampia e libera scelta.

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